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		<title>ITA Smartime (Il Fatto Quotidiano), Vera Risi (feb.2012)</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 10:02:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Barber Mouse feat. Samuel. Finalmente una sperimentazione musicale che non è fine a sé stessa ma nasce per piacere agli ascoltatori. L’idea è vincente: studiare il repertorio di una band pop di successo come i Subsonica per eviscerare un sound fuori confine. E l’idea piace così tanto allo stesso Samuel Romano, voce della band, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Barber Mouse feat. Samuel. Finalmente una sperimentazione musicale che non è fine a sé stessa ma nasce per piacere agli ascoltatori. L’idea è vincente: studiare il repertorio di una band pop di successo come i Subsonica per eviscerare un sound fuori confine. E l’idea piace così tanto allo stesso Samuel Romano, voce della band, che accetta di mettersi in gioco, offrendo la sua voce ad alcune tracce rivisitate dal trio. Non è difficile individuare i brani noti della band come Incantevole e Colpo di Pistola, nonostante il lavoro di rimescolamento e contaminazione, di intaglio e cesello, di smontaggio e riassemblaggio sia così raffinato da portare verso nuovi orizzonti. Singolare il fatto che un trio acustico riesca a creare illusioni elettroniche, grazie ad una sapiente sperimentazione che usa superfici e materiali inediti. Durante l’ascolto l’atmosfera si fa aspra, come in Non Identificato, dove il contrabbasso conduce il gioco con ritmo ossessivo; talvolta è quasi rarefatta, come in Disco Labirinto (B), a tratti appare scostante, per poi diventare improvvisamente suadente e raffinata, come in Eva Eva. Una prova di quanto la musica contemporanea non solo non sia affatto antipatica, ma sappia farsi amare.</p>
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		<title>ITA Corriere del Mezzogiorno, Fabrizio Versienti (aug.2011)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 23:40:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo cd segna un doppio debutto per il jazz pugliese: quello del pianista Eugenio Macchia e quello della nuova collana discografica dell&#8217;etichetta Auand, la &#8220;Piano Series&#8221;, caratterizzata dalle costine neroazzurre al posto di quelle neroverdi degli altri dischi Auand. Per di più, il cd arriva a suggellare i dieci anni di attività dell&#8217;etichetta fondata a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo cd segna un doppio debutto per il jazz pugliese: quello del pianista Eugenio Macchia e quello della nuova collana discografica dell&#8217;etichetta Auand, la &#8220;Piano Series&#8221;, caratterizzata dalle costine neroazzurre al posto di quelle neroverdi degli altri dischi Auand. Per di più, il cd arriva a suggellare i dieci anni di attività dell&#8217;etichetta fondata a Bisceglie da Marco Valente: dieci anni più che positivi, se teniamo conto che l&#8217;approccio al mercato è stato tentato con successo battendo strade originali, puntando (già dieci anni fa) sulla diffusione in rete, su scelte produttive coraggiose che privilegiano l&#8217;inaudito e il sorprendente, su metodi di lavoro che si prendono tutto il tempo necessario per arrivare a un prodotto ottimale (al punto che le uscite annuali di Valente non superano i quattro-cinque dischi). E i risultati si vedono nela considerazione di cui Valente gode, in Italia come in America, innanzitutto tra i musicisti, sicuri di trovare in lui un alleato prezioso.<br />
Ma veniamo a Macchia: gioiese, under 30, suona il pianoforte con la facilità e il virtuosismo naturale dei predestinati. Si muove sul terreno di un jazz moderno di alto profilo, che sa far tesoro delle lezioni del passato più glorioso. Nove i brani in scaletta, sei scritti da Macchia e tre riprese: <em>Pinocchio</em>, uno dei temi-simbolo di Wayne Shorter, legato alla stagione del grande quintetto di Miles Davis degli anni Sessanta, di cui Shorter era una colonna. Musica modale, astratta, ricca di suggestioni. Gli altri classici rivisitati sono <em>&#8216;Round Midnight</em> di Thelonious Monk, in assoluto uno dei brani più noti, suonati e amati della storia del jazz, e il più recente <em>Before It&#8217;s Time to Say Goodbye</em> di Kenny Kirkland, un pianista scomparso ancor giovane nel 1998 e molto amato negli ultimi anni dai pianisti &#8220;moderni&#8221;. Ma, scorrendo i titoli salta subito agli occhi un altro grande della tastiera, Herbie Hancock, a cui è dedicato il brano originale <em>Herbie&#8217;s Tune</em>.<br />
Macchia giganteggia ovunque per eleganza e rapidità d&#8217;invenzione, ben assecondato dall&#8217;esperto Furio Di Castri al contrabbasso (un accompagnatore che ogni pianista vorrebbe avere) e da Gianlivio Liberti alla batteria.</p>
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		<title>ITA jazzitalia.net, Vincenzo Fugaldi (nov.2011)</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 12:14:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;elenco dei pianisti italiani emergenti si accresce di un nuovo talento: Eugenio Macchia, giovane vincitore della Luca Flores Piano Competition 2010 e miglior pianista del Jimmy Woode Award 2010. In questa sua prima incisione, Macchia si cimenta con tre brani altrui (Pinocchio di Shorter, &#8216;Round Midnight di Monk e Before It&#8217;s Time To Say Goodbye [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;elenco dei pianisti italiani emergenti si accresce di un nuovo talento: Eugenio Macchia, giovane vincitore della Luca Flores Piano Competition 2010 e miglior pianista del Jimmy Woode Award 2010. In questa sua prima incisione, Macchia si cimenta con tre brani altrui (Pinocchio di Shorter, &#8216;Round Midnight di Monk e Before It&#8217;s Time To Say Goodbye di Kirkland) e mette in gioco sei proprie composizioni. Pianista dallo stile encomiabile, asciutto, senza orpelli né una nota di troppo, interessante anche come compositore, è qui assecondato al meglio da un senatore del contrabbasso jazz come Di Castri, che suona con grande impegno, e dalla solerte e affiatata batteria di Liberti, pronta a sottolineare accenti e dinamiche dei brani.<br />
L&#8217;ombra del miglior Hancock si staglia sullo sfondo di questa musica, sin dalla composizione shorteriana e dal conseguente You Two. Ursa Minor è un brano in ¾ a tempo medio, Herbie&#8217;s Tune una ballad dedicata alle progressioni armoniche hancockiane, con un assolo di Di Castri da antologia. Notevole anche la rielaborazione del celeberrimo brano di Monk per pianoforte solo.</p>
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		<title>ITA Indie-blog, Diego Peluso (jan.2012)</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:46:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Più volte in questo blog è stato sottolineato quanto il panorama della musica italiana oggi sia desolante, secondo solo a quello economico-politico. Non è per disfattismo o cedevolezza al fascino cinico della critica, ma semplicemente il nostro cerca di essere un attacco a un sistema commerciale che continua a spingere nei circuiti nazionali che danno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più volte in questo blog è stato sottolineato quanto il panorama della musica italiana oggi sia desolante, secondo solo a quello economico-politico. Non è per disfattismo o cedevolezza al fascino cinico della critica, ma semplicemente il nostro cerca di essere un attacco a un sistema commerciale che continua a spingere nei circuiti nazionali che danno maggiore visibilità prodotti di una aridità infinita. Questo è sicuramente un giudizio di merito che trova riscontro allorché, andando a cercare bene, si scopre un sottobosco di produzioni indipendenti, piccole case discografiche, autoproduzioni, sempre sottotraccia, quasi sempre discosto dalla solita minestra riscaldata del pop nostrano, che rispolvera la creatività universalmente riconosciuta al Bel Paese.<br />
Un felice esempio preso da questa brace di creatività che cova sotto la cenere della musica italiana è la casa discografica Auand, che guarda principalmente al pianeta del jazz contemporaneo e ai suoi satelliti. Tra le ultime uscite di questo editore di Bisceglie c’è Genesi, il primo lavoro da solista del talentuoso chitarrista e compositore Giovanni Francesca.<br />
Già turnista e collaboratore di artisti noti come Mino Reitano, Albano Carrisi, Cristel Carrisi, Francesca si mette in gioco in prima persona con un lavoro complesso e probabilmente di non facile ricezione per tanti. Il solo fatto di essere un album interamente strumentale, taglia fuori quell’ampia fetta di fruitori di musica cosiddetta “commerciale”. Un peccato per chi baratta la ricchezza della sua chitarra col solito inespressivo prodotto plasticoso, destinato a durare una settimana.<br />
Commercialmente, l’altro elemento virtualmente a sfavore dell’artista sannita è l’inquadramento della sua musica in un genere precostituito dal mercato. Genesi sfugge completamente a questa logica, facendo intuire che esso è il frutto spontaneo di esperienze variegate e tanta ricerca.<br />
Le influenze riconoscibili sono tante, provenienti da orizzonti musicali diversi, ma accostati in maniera cosi saporita da non dare nessun senso di divisione. L’artista si fa ape laboriosa che sintetizza nettari provenienti da tanti fiori diversi.<br />
Il background di Giovanni Francesca è la spiegazione: studi classici alle spalle, dita consumate sulle corde in metallo a eseguire cover di grandi artisti soprattutto rock e blues, approdo al jazz (l’artista in questione ha suonato in contesti importanti con artisti di rilievo internazionale come Antonello Salis, Ack Van Rooyen, Maria Pia De Vito, Javier Girotto, Marco Zurzolo, Chuck Findley ed altri) e ancora studio con ottimi mentori (Pietro Condorelli).<br />
Quello che propone Genesi è un bouquet di suoni e forme che vanno dal jazz rock acido e sincopato (Paesia) probabilmente assorbiti dall’ascolto di artisti come John Scofield, ai bending ampli e il sustain lungo (Carillon e la stupenda Marisol) che ricordano David Gilmour, Steve Vai o Carlos Santana – il suono della sua Paul Reed Smith si accosta molto a quello del chitarrista messicano; dalle nuances compositive di sapore morriconiano (la bellissima Genesi), ai pattern di ispirazione Methenyiana (ad esempio Montevideo e Quarto Miglio) – sono continui, in effetti, i rimandi al geniale chitarrista del Missouri, sia alla sua produzione con il Pat Metheny Group, sia alle esperienze con altre formazioni, pensiamo al duo con Jim Hall. E poi tante altre manciate di note e pause amalgamate tra di loro a rendere le tracce ricche e mai scontate. Risveglio e Manima strizzano l’occhio alla world fusion, l’innesto degli ariosi archi dà un tocco folk, leggermente esotico.<br />
A suo agio sullo strumento elettrico come sulle corde in nylon, Francesca dà un saggio della poliedricità delle sue capacità espressive in brani molto diversi tra loro come Iter, in cui la limpida chitarra classica imbastisce la trama su cui, insieme al violino, disegna poi ricami con gusto cristallino, e Possiamo Andare, “invito” espresso con un linguaggio più sperimentale e progressive. Codici diversi che caricano il disco di atmosfere a volte uggiose e a volte luminose, ma sempre vivide.<br />
Un ultimo plauso va fatto per il fine lavoro di post-produzione e missaggio, e per l’uso sapiente di effetti e campionature che perfezionano un linguaggio già abbastanza articolato e favoriscono la dinamicità dei pezzi, secondo un canovaccio più rock, fatto di momenti di elevato pathos preparati da placide “descrizioni” (ad esempio in Carillon e in Possiamo Andare).<br />
Molto efficaci si dimostrano i musicisti che hanno aderito al progetto, supportandolo con una solida sezione ritmica (Marco Bardoscia, Davide Costagliola e Dario Miranda al basso e al contrabbasso, Gianluca Brugnano e Stefano Costanzo alla batteria), caldi e setosi fiati (Luca Aquino alla tromba e al filicorno, Alessandro Tedesco al trombone), archi dai colori autunnali (Raffele Tiseo al violino e Cristiano della Corte al violoncello), un piano preciso e puntuale (Antonello Rapuano).<br />
Il risultato finale è una commistione originale di generi e stili, con un’ampia gamma espressiva che conferisce vivacità e piacevolezza. Un’opera riflessiva, ma allo stesso tempo agile e stimolante per una mente ricettiva.<br />
Giovanni Francesca stuzzica, con Genesi, languori che speriamo siano presto soddisfatti con un altro eccellente lavoro, una nuova prova della sua maturità artistica. Aspettiamo con trepidazione l’occasione di confermare la nascita di un ottimo artista!</p>
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		<title>ITA Silenziosa(mente), Giulio Cancelliere (jan.2012)</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 16:08:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: un disco, come un libro, non va giudicato per la copertina, anche se l’etichetta per cui incide è spesso provocatoria in questo senso. Genesi va ascoltato, indipendentemente dall’involucro che lo contiene. L’esordio discografico del chitarrista Giovanni Francesca si apre con la dolce e rassicurante melodia di Carillon, sotto la quale pulsa un cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diciamolo subito: un disco, come un libro, non va giudicato per la copertina, anche se l’etichetta per cui incide è spesso provocatoria in questo senso. Genesi va ascoltato, indipendentemente dall’involucro che lo contiene. L’esordio discografico del chitarrista Giovanni Francesca si apre con la dolce e rassicurante melodia di Carillon, sotto la quale pulsa un cuore ritmico che prelude ad un rullare di tamburi militaresco, fino al deflagrare sonoro entro cui si celano voci di comizianti ben noti agli italiani. Lo stralunato valzer di Risveglio, introdotto dal contrabbasso di Marco Bardoscia, che interviene successivamente in assolo, rimanda ad un clima più jazzistico col bel violino di Raffaele Tiseo e il leader che imbraccia l’acustica. La linea melodica della title-track viene doppiata dai fiati di Luca Aquino e Alessandro Tedesco, rispettivamente al flicorno e al trombone, prima di dare spazio ad un altro solare intervento di chitarra e rientrare nell’arrangiamento della parte conclusiva del pezzo. Possiamo Andare è un brano elettrico punteggiato da inquietudini elettroniche, agitate da Francesca, che spezzano il tempo fino ad un drammatico crescendo orchestrale e rock. Al suono cameristico di Manina, cui contribuiscono il violoncello di Cristiano Della Corte e ancora la tromba di Aquino, si contrappone la ritmica secca e frusciante di Marisol, dove la chitarra solista evoca graffianti influenze beckiane, mentre  in Paesìa Gianluca Brugnano stacca un bel tempo funky in sette ottavi  dando luogo ad una serie di intrecci improvvisati tra fiati e chitarra elettrica. Montevideo è una rock ballad elettroacustica, ma Iter ci riporta all’ambiente più intimo e riflessivo caratterizzato dagli archi, con la ritmica che interviene a sparigliare le carte e la chitarra acustica a metter pace tra le sezioni. La conclusiva e serena Quarto Miglio prevede l’unico intervento di pianoforte in un album che è l’apoteosi degli strumenti a corda e a percussione, una scelta sonora interessante, unita all’uso creativo dell’elettronica e alla fusione di generi, che perseguono un unico obiettivo: la leggibilità e la melodia. Un bel debutto per questo chitarrista dall’esperienza variegata tra pop, jazz e fusion, che l’ha formato e gli ha dato agio di sperimentare liberamente, seguendo l’ispirazione, senza vincoli formali apparenti. Ed è solo la Genesi, aspettiamo gli altri capitoli.</p>
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		<title>ITA AloneMusic.it, Daria Burla (jan.2012)</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 08:04:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avete presente i Subsonica? quelli di Disco Labirinto, conosciuti e apprezzati per le loro sonorità elettro-pop? Pensate sia possibile prendere buona parte del loro repertorio e trasformarlo in un disco jazz? No? Beh vi sbagliate!Lo ha fatto un trio jazz, Barber Mouse estrosa band fin dalla ragione sociale, un piano ed il contrabbasso opportunamente &#8220;preparati&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avete presente i Subsonica? quelli di Disco Labirinto, conosciuti e apprezzati per le loro sonorità elettro-pop? Pensate sia possibile prendere buona parte del loro repertorio e trasformarlo in un disco jazz? No? Beh vi sbagliate!Lo ha fatto un trio jazz, Barber Mouse estrosa band fin dalla ragione sociale, un piano ed il contrabbasso opportunamente &#8220;preparati&#8221; rispettivamente per Fabrizio Rat e Stefano Risso, batteria e chincaglierie per un Mattia Barbieri che non disdegna esplorare ritmiche androidi. Circa trentenni con il curriculum già zeppo di collaborazioni da Fresu a Bosso passando da Danilo Rea, Francesco De Gregori, Rossana Casale e Mau Mau. Il loro entusiasmo è stato così coinvolgente da contagiare anche il cantante dei Subsonica, Samuel Romano, che ha prestato la sua voce per alcuni pezzi del disco. Il risultato? Strano ma buono. Gli amanti dei Subsonica storceranno di certo il naso, ma prima di qualsiasi commento, ascoltate la versione barberizzata di Incantevole e poi provate a dire di rimpiangere l&#8217;originale. Abitudine diventa in questo disco un dolce e ammaliante pezzo la localino jazz. Ma c&#8217;è spazio anche per pezzi che richiamano direttamente gli originali come succede in Come se e Momenti di noia, ci sono poi i pezzi come Strade e Colpo di pistola più propriamente jazz. Interessantissima la versione di Amantide che in realtà utilizza il testo di Livido Amniotico, errore o trabocchetto voluto? Il bello di questo lavoro sta nella ricerca timbrica, nell&#8217;invenzione di un suono che si allontana tanto dalle sonorità accademiche sia da quelle &#8220;commerciali&#8221;, riuscendo a produrre un disco originale e godibilissimo.</p>
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		<title>ITA Smartime (Il Fatto Quotidiano), Vera Risi (oct.2011)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 15:31:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Seguire la strada maestra, ma al proprio passo. E’ quanto sceglie di fare Eugenio Macchia al suo debutto con Living In A Movie. Un raffinato lavoro di ricerca della melodia attraverso alcune tra le pagine più interessanti del jazz, del rock e della classica, miscelate insieme con delicatissima grazia. Un lavoro autorale composto da nove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Seguire la strada maestra, ma al proprio passo. E’ quanto sceglie di fare Eugenio Macchia al suo debutto con Living In A Movie. Un raffinato lavoro di ricerca della melodia attraverso alcune tra le pagine più interessanti del jazz, del rock e della classica, miscelate insieme con delicatissima grazia. Un lavoro autorale composto da nove tracce, tre delle quali reinterpretano con assoluta personalità la verve artistica di musicisti come Shorter, Monk e Kirkland. Il percorso musicale prende ora la piega del valzer ora della ballad, senza mai tradire la natura profondamente jazz del costrutto; e delinea un’unica linea melodica su cui gli innesti del basso e della batteria non fanno che conferire energia, ritmo e grinta al tutto. Un lavoro che, pur perseguendo l’obiettivo della ricerca di una nuova moderna melodia, si rivela dal punto di vista armonico molto ben articolato. Tanto di cappello.</p>
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		<title>ITA Smartime (Il Fatto Quotidiano), Vera Risi (jun.2011)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 15:28:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Anche la vertigine che ci provoca Walter Beltrami con l’ascolto del suo nuovo lavoro è qualcosa che si sente nella testa e nelle viscere. Ed è bello lasciarsi guidare da questo affascinante compositore per abbandonare ogni tabù sonoro. Nulla è impossibile nella musica quando si sceglie il percorso della freschezza e della genuinità. E’ un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche la vertigine che ci provoca Walter Beltrami con l’ascolto del suo nuovo lavoro è qualcosa che si sente nella testa e nelle viscere. Ed è bello lasciarsi guidare da questo affascinante compositore per abbandonare ogni tabù sonoro. Nulla è impossibile nella musica quando si sceglie il percorso della freschezza e della genuinità. E’ un disco sperimentale, ma chi si aspetta estremismi insensati e aridi giochi stilistici potrebbe restare sorpreso: qui non c’è l’esperimento musicale in se stesso ma la ricerca dell’emozione. E questa arriva, tra impulsi rock robusti ed efficaci che si smorzano davanti al fascino delicato di melodie poetiche. Laddove un clarinetto si libra leggero, arriva una batteria dirompente e spiazzante. E quando un sax tenore volteggia da solo, ecco a raggiungerlo un basso elettrico mordente e incisivo. Una perla jazz che non può mancare nella nostra discoteca (Walter Beltrami, Paroxysmal Postural Vertigo, Auand and Re:think-art.</p>
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		<title>ITA MuroMag, Matteo Montanari (jan.2012)</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 16:12:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sei seduto in un localino fumoso ad ascoltare improvvisazione jazz fatta smanettando le corde di un piano con un righello, e aspetti che il cantante dalla voce ruvida salga sul palco.
no aspetta..i localini fumosi non esistono più. Ok, non sei nel localino fumoso, sei al pc e ti arriva un disco da recensire. Subsonica rivisti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sei seduto in un localino fumoso ad ascoltare improvvisazione jazz fatta smanettando le corde di un piano con un righello, e aspetti che il cantante dalla voce ruvida salga sul palco.<br />
no aspetta..i localini fumosi non esistono più. Ok, non sei nel localino fumoso, sei al pc e ti arriva un disco da recensire. Subsonica rivisti. Jazz. Non sarà uno di quei merdosi e improbabili remix di canzoni famose? Pare proprio di no. I Barber Mouse, trio torinese sperimentatore, non solo vincono la sfida che consiste nel riadattare in chiave jazz acustica pezzi che sono storia, come Disco Labirinto. Vanno oltre, e creano qualcosa che non è più &#8220;subsonica&#8221;, non è solo un vestire le melodie dei compaesani con altri panni. Il lavoro è talmente interessante che lo stesso Samuel Romano, leader dei Subsonica, va a rifargli le vocals dei pezzi. Romano non è mica uno che si abbassa con i primi che passano, è un pezzaccio grosso. È anche appena uscito il suo libro che parla di scopate, Rimini e MDMA. È quindi lui a salire sul palco mentre i Barber Mouse suonano (utilizzando un pò tutto quel che hanno a portata di mano) per cantarci, con quella sua voce, una versione strappalacrime di Incantevole tutta vibrazioni. Oppure scaldarci con ansimazioni psichedeliche in un&#8217;Abitudine rivoltata e trasformata in un dolce e lento sogno. Quasi si fatica a decidere tra l&#8217;originale Amantide e la sua corrispettiva BarberMousizzata. Ottimo esperimento, da ascoltare la sera tardi quando non avete sonno. E tutti i localini fumosi sono chiusi.</p>
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		<title>ITA SentireAscoltare, Stefano Solventi (jan.2012)</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 15:47:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I Barber Mouse sono un trio estroso fin dalla ragione sociale, un piano ed il contrabbasso opportunamente &#8220;preparati&#8221; rispettivamente per Fabrizio Rat e Stefano Risso, batteria e chincaglierie per un Mattia Barbieri che non disdegna esplorare ritmiche androidi. Circa trentenni con il curriculum già zeppo di collaborazioni più o meno importanti e soprattutto trasversali (da Fresu a Bosso passando da Danilo Rea, Francesco De Gregori, Rossana Casale e Mau Mau). Obbedendo alla naturale propensione del jazz verso situazioni più popular, si sono fatti venire l&#8217;idea di affrontare il repertorio dei Subsonica, e tanto è stato l&#8217;entusiasmo da contagiare anche il di loro vocalist Samuel Romano, featuring di lusso di questo Plays Subsonica.<br />
Il risultato è nel complesso intrigante, anche perchè viene evitata la trappola della sintesi ad ogni costo e tra le istanze espressive così lontane così vicine si instaura una specie di tenzone che le vede sovrapporsi, accapigliarsi, prevalere e ritrarsi, insomma una mistura abbastanza turbolenta e perciò vivace. Pur sempre di jazz si tratta e quindi vedi come Strade, Amantide o Non identificato escano trasfigurate dalle fregole post-bop strattonate free con evidenti contagi latini. Una pensosità densa e strutturata rende preziosi episodi quali Momenti di noia o una delle due versioni di Disco labirinto, mentre Colpo di pistola e Come se rimandano più direttamente agli originali sia per gli stralci melodici che per i sussulti ritmici.<br />
Il bello sta nella ricerca timbrica, nell&#8217;invenzione di un suono che si smarchi tanto dai retroterra accademici che da quelli &#8220;commerciali&#8221;, producendo materia pop di alto profilo, come accade soprattutto nella ammaliante Incantevole, che &#8211; come si suol dire &#8211; da sola vale il prezzo del biglietto.</p>
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