ITA All About Jazz Italia, Emiliano Neri (may.2006)

(….) anche nelle sedute di registrazione presso Radio 3 dell’altro magistrale quartetto qui presentato, la cui denominazione rischia forse di portarci fuori strada.
Appare subito evidente difatti come non siano gli incastri fra i pezzi a seguire la logica lineare del gioco del domino, fondata sull’equivalenza dei valori. Anzi, troviamo nuovamente che buona parte dell’impegno viene riposta nella costruzione di virtuose contrapposizioni. È invece l’impatto complessivo della resa di gruppo ad essere calibrato su direttrici convergenti, di modo che pur nella varietà delle configurazioni, i musicisti chiudono qui ciò che i colleghi di cui sopra lasciavano aperto, e per converso sviluppano suggestioni che là erano solo accennate.
Diremo allora che le forme disegnate dal Domino Quartet appaiono estremamente solide, quadrate, sature, per quanto al loro interno si agitino meravigliose contorsioni, arabeschi e inviluppi. Questo spostamento d’accento sembrerebbe imputabile ad almeno un paio di fattori.
Da un lato la predilezione della componente ‘afro’ – più originaria e basilare quindi rispetto a quella di sintesi che abbiamo rilevato prima – dona alla musica un’immediatezza ed una gravità che bastano di per sá a coinvolgere, tracciare distinzioni nette e spingere all’abbandono, ad un godimento più genuinamente viscerale. La musica assume una fisionomia torrida, materica e ombrosa che avvolge interamente senza troppi suggerimenti a curarsi di dettagli minuti.
Dall’altro lato questo effetto di maggiore ‘pesantezza’ – da intendesi come pregnanza stilistica e agilità d’imporsi – è accentuato dalla netta distribuzione di ruolo all’interno dell’organico. Qui la ritmica si fa oltremodo compatta ed ostinata nel suo farsi ancora dell’impianto complessivo di contro alle tendenze centrifughe dei fiati. Compito svolto soprattutto da Borghini, il cui basso copioso ruota costantemente su se stesso fungendo da solido baricentro, mentre Hamid Drake ripiega per questo progetto la propria tellurica irruenza su interventi estremamente calibrati, puntuali e puntiformi.
Ad agitare la massa ci pensano poi gli interventi sbracati di Petrella e il sax di Bergin, contemporaneamente impegnato su di un doppio registro che alterna la morbida ruvidezza delle esposizioni tematiche alla gracchiante arcigna scabrosità di libere compostamente feroci arrampicate. Un gioco particolarmente efficace quando i temi – soprattutto di Bergin – si fanno solari e invitanti alla danza dei contrasti.
Rimane che la reiterazione del dialogo con una tradizione sovraesposta come quella afroamericana (ap)paga fino a un certo punto, e qui la musica migliore la troviamo nelle introduzioni ai brani, nelle code, nei momenti di passaggio, laddove si fa avanti con maggior prepotenza – evviva! – l’inventiva dei singoli e di qui del gruppo, libera dalle briglie di brani composti in definitiva ‘in stile’.