Musica informale, libera, fluttuante. Il sassofonista torinese sveste per un attimo i panni del musicista legato alla tradizione jazzistica più sanguigna (Parker, Rollins, Hodges) e si abbandona a suoni più ornettiani o comunque lontani dall’alveo del Mainstream. Colpa – anzi, merito – della numerologia, argomento – come ha raccontato lo stesso Cisi – che lo ha talmente intrigato da convincersi che tutto sia basato sui numeri, che decidono e determinano ogni aspetto della nostra esistenza.
The Age of Numbers è dunque una sorta di excursus sull’importanza dei numeri nel nostro vivere quotidiano, nella musica in particolare (si pensi al numero 12, presente sia nelle misure del Blues, solo per fare un esempio, forse il più banale, sia nella Dodecafonia di Arnold Schoenberg). Ospita pezzi piuttosto brevi. In realtà sembra non ci sia soluzione di continuità: è una colonna sonora ritmico-melodica ininterrotta, ogni brano richiama l’altro. In primo piano il drumming deciso e fantasioso di Emanuele Maniscalco (un talento puro, giovanissimo eppure già padrone dello strumento): la simbiosi tra sax e batteria è uno degli elementi caratterizzanti di questo nuovo lavoro di Cisi, qui astratto e visionario come non lo si è ascoltato mai. La chitarra di Cecchetto sta nel mezzo, tra la linearità della tradizione e le conquiste informali che sono venute dopo.
Da ascoltare e riascoltare il classico “Moonlight in Vermont” eseguito in perfetta solitudine da Cisi, piazzato lì, sul finale, apparentemente fuori contesto, quasi a voler ricordare che nessun musicista può prescindere dalla tradizione.
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