Dopo aver esordito un anno e mezzo fa con “X-Ray” di Gianluca Petrella, giustamente premiato da “Musica Jazz” nella categoria “nuovi talenti”, la Auand inserisce in catalogo un altro titolo. Il protagonista della seconda avventura discografica della label pugliese è il sassofonista/clarinettista/compositore friulano Francesco Bearzatti, il cui retroterra di esperienze annovera una lunga collaborazione con il batterista Aldo Romano, che ritroviamo anche in “Virus”. Il trio è completato dall’organista/manipolatore francese Emmanuel Bex, uno specialista della tastiera del quale sentiremo ancora parlare, un artista capace di evitare i “trabochetti linguistici” del soul/blues, un tipo che preferisce invece battere i territori inquietanti della metropoli: lo fa attraverso la ricerca di sonorità poco rassicuranti e, soprattutto, attraverso un fraseggio affilato, il meno rotondo possibile, solo in parte debitore del prematuramente scomparso Larry Young, atipico organista dei Lifetime, una band anticipatrice e poco derivativa guidata da Tony Williams e attiva negli anni della “svolta elettrica” (1969-1971). Ai tre si aggregano qua e là gli ospiti U.T. Gandhi, Stefano Senni, Enrico Terragnoli.
I solchi di “Virus” emanano una equilibrata e lucida miscela fatta di ricerca e intrattenimento, di improvvisazione e scrittura, una miscela in cui le avvolgenti parentesi cool ” à la Jimmy Giuffre” si alternano con le alte temperature coltraniane, con aperture dai colori prettamente urbani, con squarci cameristici. Naturalmente predisposto ad un tipo di scrittura dai tratti limpidi, Bearzatti rivela autorevolezza, classe, eleganza, gusto della ricerca. Uno dei migliori dischi di jazz italiano dell’anno, che lascia intravedere la possibilità di interessanti sviluppi futuri.
Qualità artistica: 8
Qualità sonora: 9
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