Etichetta italica sempre attenta a documentare non solo quanto di stimolante accade sul patrio suolo ma anche altrove, la Auand dà spazio a un’interessante idea del batterista statunitense Bobby Previte. Per la verità la proposta è in viaggio da vari anni e il quintetto pan-atlantico che la veicola è stato ascoltato a più riprese anche dalle nostre parti. La fissazione su disco del repertorio, firmato interamente dal leader, consente di fare il punto della situazione e cercare di intuire gli eventuali sviluppi futuri. Nel cast ha una parte importante Gianluca Petrella, il cui trombone svolge sovente un ruolo guida e partecipa attivamente alla creazione di uno stile che dispone di una cifra stilistica non dozzinale.
Previte non ha mai nascosto a sua predilezione per un suono elettro-acustico di derivazione davisiana, per quanto alleggerito nelle sue componenti più vistose (e impossibili da replicare). Il suo drumming potente e arrembante, coadiuvato dal basso elettrico di Nils Davidsen, trascina il gruppo e fa crescere ogni singolo brano dall’idea base verso forme aperte e imprevedibili. In tutte le tracce è infatti presente un motivo “ostinato”, circolare, attorno a cui si coagula l’interesse dei singoli, disposti però a far evolvere la scena grazie a scarti improvvisi. In tal senso è essenziale l’apertura spaziale che è in grado di suscitare il fender rhodes di Benoit Delbecq, strumento un poco fuori moda eppure funzionale a dilatare l’ambiente musicale (lo si ascolti al top nel tenebroso monologare del conclusivo “Veltin”). L’opponente di Petrella è Wolfgang Puschnig, all’alto e al baritono, ma più spesso la coppia tende a lavorare insieme, per forgiare quelle sonorità dense e avvolgenti che rendono accattivante e apprezzabile l’incisione.
