La successiva produzione della Auand è ancora dal vivo e spinge ulteriormente sul pedale della più trasgressiva libertà musicale. Il gruppo è ancora frutto di una joint venture internazionale: il sassofonista tenore Julian Argüelles viene dall’Inghilterra, il bassista Ronan Guilfoyle è irlandese, mentre Jim Black ha preso l’aereo da New York per mettersi alla batteria. Il loro Live in Dublin è un disco adrenalinico ma anche concettuale, per orecchie che hanno già fatto un po’ di palestra con la scena avanzata del jazz newyorkese. La serata musicale ripresa a Dublino parte con un Broadway Blues che intende in maniera quanto meno emancipata l’indicazione di genere fornita dal titolo. Il caustico umorismo creato dal collage di situazioni che si accumulano nel finale rimanda apertamente all’autore del pezzo, Ornette Coleman. Anche il successivo FASAha una struttura aperta, alla quale si accede tramite un’introduzione dai sapori gaelici. Dietro il flusso pollockiano della musica, Black stende una rete ritmica che è però rigorosa, nonostante gli accenti fantasticamente incongrui. Non mancano neppure i momenti in battere, una pulsazione primitiva che in questo contesto suona, all’opposto, assai avanzata. Il dadaismo di There Is a Bomb riesce a mantenere un filo narrativo partendo da un tema che pare una nenia infantile, sviluppata in percorsi labirintici. Prima del finale con il vortice ipnotico di Tenski e il corrosivo Grunge, troviamo… uno standard! E dei più lirici: I Wish I Knew. Il trio naturalmente evita di suonare sul tempo (sarebbe bizzarro nel contesto della loro musica), così Black getta pennellate che sono puro colore percussivo, mentre Guilfoyle stende un carezzevole strato armonico e Argüelles trova ora un lume in Joe Henderson. Una produzione senza fretta quella di Live in Dublin: registrato nel 2002, missato nel 2004 e pubblicato nel 2006. Il suono del trio restituito dal disco è concreto, materico, focalizzato sulla grana degli strumenti. La scena è completamente concentrata tra gli altoparlanti, con uno sviluppo laterale e in profondità davvero minimo. Ciò non vuol dire che il soundstage sia stato perso per strada; al contrario, è più o meno così che vi si presenterebbe la scena in un piccolo locale con un palco sul quale i musicisti litigano per avere un po’ di spazio. La batteria è croccante e legnosa e piuttosto asciutto è anche il basso (si tratta di una chitarra da basso e non un contrabbasso, quindi si arriva meno in profondità). Le sonorità secche e taglienti rinunciano a qualsiasi abbellimento che sarebbe stato possibile in post produzione: niente enfatizzazione del corpo armonico ná riverberi accentuati. Ruvido ma corretto è anche il sax: semplicemente spartano, perchá gli estetismi sonori sarebbero proprio fuori luogo con la musica proposta da questo trio. Gli estremi di gamma sono un po’ duri mentre la dinamica inizialmente ben contrastata si affievolisce dalla seconda traccia. L’estensione è comunque buona, anche se ottenuta per improvvisi sbalzi piuttosto che per un progressivo fluire dell’energia sonora. Il dettaglio mostra qualche opacità quando i musicisti si allontanano dai microfoni o suonano a volumi difficili per una ripresa dal vivo, come il lungo procedere a bassa intensità di FASA. Solamente l’ultima traccia presenta tutti i parametri sonori alterati rispetto al resto del disco, con volumi più pronunciati ma anche minore accuratezza tonale.
giudizio artistico: BUONO-OTTIMO
giudizio tecnico: BUONO-OTTIMO
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