Piccole etichette crescono. Succede anche questo, nel panorama in movimento della musica pugliese. In un settore dove, fino a qualche anno fa, per i musicisti che cercavano produttori discografici vigeva la regola dell’arrangiarsi con l’autoproduzione o dell’emigrazione forzata, oggi i margini di manovra aumentano, grazie al proliferare di piccole etichette nate, non a caso, dalla volontà di musicisti. Il fenomeno è ampiamente trasversale perchè riguarda il mondo della musica classico-contemporanea, ma anche il jazz (a Bisceglie è nata la Auand) arrivando a toccare le musiche popolari.
Nei mesi scorsi sono arrivati segnali importanti dalla Auand, creata per ambizione imprenditoriale dal giovane contrabbassista Marco Valente, il quale ha già all’attivo la realizzazione del più importante sito internet dedicato al jazz italiano (www.ijm.it) e molto altro. Dopo il felice debutto, affidato all’album del trombonista barese Gianluca Petrella (X-Ray), la seconda uscita dell’etichetta pugliese conferma le buone premesse e ne allarga il raggio d’azione. Protagonista è il sassofonista e clarinettista friulano Francesco Bearzatti con il Bizart Trio, integrato dall’organista francese Emmanuel Bex e dal batterista transalpino (in senso letterale e speculare, visto che si divide equamente tra Francia e Italia) Aldo Romano.
Altri quattro musicisti concorrono, in veste di ospiti in alcuni brani, alla riuscita di Virus: il percussionista U.T.Gandhi (già con Rava), il contrabbassista Stefano Senni, il chitarrista Enrico Terragnoli e il trombonista Mauro Ottolini. Ma il loro apporto si limita a rafforzare la dinamica di base di un trio ben assortito. Bearzatti è tecnicamente molto solido, e al sax tenore si dimostra capace di un linguaggio che guarda alla tradizione del jazz moderno senza perdere di vista gli “aggiornamenti” dei colossi della scena contemporanea (da Brecker a Lovano). Le sue composizioni poi (ovvero nove degli undici brani del disco) inseguono suggestioni diverse, giocando d’ammiccamento con i topos del linguaggio afroamericano (dal soul jazz alla fusion) secondo un approccio sostanzialmente disincantato, colto e ironico, pronto a dichiarare la sua “europeità” o peggio (da Casbah a Friulì Friulà). E non gli manca neppure il senso della confezione: il brano che dà il titolo al disco, infatti, ha tutte le caratteristiche di una perfetta sigla da radio fm.
Virus gioca ottime carte sul piano dell’eleganza nelle soluzioni formali e negli impasti timbrici: si sposano benissimo, ad esempio, il clarinetto e l’organo quando quest’ultimo prende il fare volatile e ansimante della fisarmonica. L’organo di Bex è in effetti un altro elemento di modernità di questa musica: inafferrabile, mai banale nella scelta delle sonorità, pronto a trasformarsi in un’insidiosa “macchina morbida” che rimette in discussione il paesaggio musicale. E il “vecchio” Romano, come sempre, è un esempio di versatilità, trovando accenti sempre diversi alla batteria e lasciando il segno, in chiusura, con uno dei suoi temi più belli: Inner Smile, dal sorriso dolcemente malinconico.
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