ITA Jazz Convention, Fabio Ciminiera (oct.2006)

Nel trasportare dei brani da un genere ad un altro o, meglio, da una situazione musicale ad un’altra, solitamente si ricorre all’arrangiamento, si scartano alcune soluzioni che non rendono nella nuova veste, si interpretano i brani alla luce del proprio linguaggio. In una, si trasforma il materiale musicale per portarlo nella propria direzione.
In Stolen Days, Francesco Bearzatti compie un’operazione, in un certo senso, opposta. Trasforma il sassofono, il proprio strumento, fino a farlo diventare a tutti gli effetti una chitarra per interpretare un repertorio che si compone di brani quali Black hole sun dei Soundgarden e Smell like teen spirit dei Nirvana, di una Led Zeppelin suite (formata da Black Dog, Heartbreaker e Moby Dick, tre brani tra i più duri del repertorio della band inglese), alcuni brani originali che richiamano i Ramones e le dinamiche del punk rock americano. D’altronde, il nome della formazione, Sax Pistols, oltre che un gioco di parole, mette in evidenza la matrice e la radice sonora del lavoro.
Stolen Days non è un disco per puristi e non è, se si vuole, nemmeno un lavoro che contamina con sonorità rock un sax trio di orientamento jazzistico: si potrebbe pensarlo come un disco di avant-rock, volendo a tutti i costi cercare un’etichetta, un genere. Si tratta, in realtà, dell’interpretazione, particolare e personale, di un sassofonista affascinato dal rock, dall’estetica della chitarra come centro focale dell’espressione musicale.
Il suono del sassofono è modificato, filtrato dagli effetti, distorto, prolungato, spesso irriconoscibile. Aspetto che porta anche a considerare il fraseggio che Bearzatti propone nel disco: il sassofonista si esprime spesso con frasi molto vicine ai riff e ai modi interpretativi dei chitarristi di hard rock, cambiando in modo sostanziale l’approccio allo strumento. D’altronde, la scrittura dei brani prevedeva nell’originale la chitarra e l’intenzione del progetto è quella di portare Bearzatti e il suo sassofono a suonare in modo simile all’originale… e, in effetti, nelle nove tracce si sentono il pedale dello wah-wah, il tapping e gli hammer-on… l’approccio tipico della chitarra elettrica ripercorso dalle note del sassofono. Tanto che, anche nei passaggi in cui utilizza il sassofono con la sua sonorità originale, Bearzatti interpreta comunque la sua voce interpretando in modo chitarristico il suono e l’approccio al brano
I brani della storia del rock, presenti in Stolen days, colpiscono maggiormente l’immaginazione e costituiscono il nucleo centrale del lavoro, sia per l’estetica del suono che per il nome del progetto; a questi, il sassofonista aggiunge una serie di tracce originali che interagiscono in modi diversi con le linee estetiche del trio. L’apertura di Dis Robàs, le atmosfere ipnotiche e introspettive di DD e di 2 Novembre 1975, portano alla luce la versione riflessiva della formula scelta dal trio. Atmosfere che traspaiono anche nell’introduzione di Black hole sun, dove si riconosce il sassofono energico e visionario di Bearzatti.
Negli altri episodi originali, il trio esplora una l’ispirazione funky e particolare di Ri-Virus e la lettura punk, spinta quasi all’hardcore, in Resurrectio e nel tema di Smiling Mummies.
Suoni distorti e distanti anni luce dal canone del trio jazz guidato dal sassofono. A ricondurre alla pratica jazzistica dei tre musicisti è la visione musicale complessiva del brano che, soprattutto negli originali, si fonda su temi brevi e lascia spazio all’assolo, come in Smiling Mummies. Una visione musicale che sostiene lo spirito del progetto, con elementi e approcci maturati nella pratica del jazz: la vena rock, anche particolarmente dura ed estrema in alcuni passaggi, si alimenta, in pratica, con la predisposizione all’improvvisazione e la capacità di gestire spazi che non si limitano alla costruzione di strofe e ritornelli. L’esperienza e il lavoro costante sui suoni e l’utilizzo lucido degli strumenti permette al trio di offrire possibilità espressive sempre nuove .
Il disco, infine, si apre e si chiude nel segno di Pier Paolo Pasolini. La sua voce legge Dis Robàs sui suoni, stravolti, del sassofono, il titolo dell’ultimo brano, 2 Novembre 1975, è la data della morte del poeta. Una dedica importante e che, per certi aspetti, potrebbe sorprendere nella scelta estetica del progetto. Sono i suoni, ipnotici e taglienti, scelti da Francesco Bearzatti per i due brani a creare un legame forte con il materiale suonato nel resto del lavoro. Suoni che interpretano bene la poetica e le tensioni, le contraddizioni e la lucidità di Pasolini.