ITA Jazz Convention, Lorenza Cattadori (jan.2007)

Geniale trovata commerciale o naturale compimento di un’intesa perfetta? Forse non è importante, tanto è piacevole il risultato di questa collaborazione.
Piccola premessa: una gelida sera di quattro anni fa un musicista esperto di metal e hard rock era stato convinto suo malgrado a presenziare ad un concerto della rassegna ‘Linguaggi Jazz’, presso il Piccolo Regio a Torino: protagonista il trombettista vietnamita Cuong Vu con un progetto sperimentale da realizzare in trio con il bassista giapponese Stomu Takeishi e John Hollembeck alla batteria: il refrattario ospite era uscito da quell’esperienza stordito e completamente conquistato da una forma di jazz di cui non avrebbe mai sospettato l’esistenza. Gli strumenti erano pilotati da una forma di tecnologia avanzata che accostava a delay e loop tutta una gamma di distorsioni e di empirica ricerca sonora, nella cui procedura entrava a far parte anche la tromba; Takeishi si muoveva in continuazione sul palco inserendo spinotti, spostando cavi, agendo su almeno una decina tra pedaliere e consolle. Insomma, un’esperienza non solo sonora ma in qualche modo teatrale, così vicina agli stilemi metallari dove la band opera dal palco nel tentativo di provocare un totale coinvolgimento del pubblico, eppure davvero lontana per tonalità del sound.
Nel frattempo, Cuong Vu era stato invitato da Pat Metheny a far parte della sua formazione – e soprattutto nell’album ‘Speaking of Now’ possiamo renderci conto di quanto quella scelta fosse indovinata – e in un’intervista che mi aveva concesso proprio in quel periodo si augurava che un’esperienza così totalizzante non lo portasse lontano da quella sua ansia continua di ricerca.
Così è stato: registrato a Seattle, sua città d’adozione, è uscito per volontà dell’intuitivo produttore Marco Valente un disco stupefacente nel quale Vu ritrova il talento di Stomu Takeishi e il drumming di Ted Poor, ma soprattutto lega il proprio filo sperimentale a un musicista completamente sulla stessa lunghezza d’onda: il chitarrista Bill Frisell. ‘It’s Mostly Residual’ è un album ben congegnato che miscela alcuni canoni stilistici, che gli derivano direttamente dalla frequentazione di Metheny, alla più profonda dedizione a quel tipo di fusion che, lasciata libera di esprimersi, sfocia nel free senza però dare l’impressione di perdersi il tema per strada. La traccia che dà il titolo al disco è in questo senso esemplare, evanescente e liquida da un’angolazione che prevede un suono pulitissimo di tromba e chitarra, laddove la sezione ritmica procede con una complessità assoluta di variabili sonore. In ‘Brittle, Like Twigs’, a dispetto del titolo nessuno tra i musicisti è fragile come un ramoscello ma anzi crea un brano teso e molto composito, con un sensazionale crescendo finale nel quale Takeishi ha modo di dare voce a tutte le sue mille varianti elettroniche. Da ascoltare attentamente anche il ‘caos calmo’ – utilizzando una meravigliosa locuzione di Sandro Veronesi – di ‘Expressions of a neurotics impulse’.
Trovata commerciale o meno, da ascoltare assolutamente: perchá è davvero un gran disco.