ITA Jazz Magazine, Enzo Pavoni (jun.2006)

La collaborazione tra Cuong Vu e la Auand di Marco Valente – patron della coraggiosa label pugliese, che se non andiamo errati festeggia per l’occasione la decima produzione discografica – è destinata a dare un mare di soddisfazioni a entrambi, considerato che It’s Mostly Residual è a tutt’oggi la prova più convincente del trombettista e la migliore pubblicazione della Auand, che comunque si è caratterizzata fin dagli esordi per uno standard qualitativo mediamente alto.

Con It’s Mostly Residual l’artista riesce a far fruttare al meglio il suo considerevole background di esperienze, forte di una accresciuta preparazione teorica, di un ulteriore perfezionamento della tecnica sullo strumento – ora davvero magistrale -, di un fraseggio lirico e ricercato, di una penna talmente sciolta da permettergli di elaborare atmosfere struggenti, liriche e sognanti, alternate alla ricerca di percorsi azzardati e di inusuali soluzioni timbriche, compreso un intelligente e dosato ricorso all’elettronica.

Un’estetica piena di contrasti e di “visione d’insieme” che ritroviamo ancor più definita ed evoluta nel pregevole album della Auand, che Cuong Vu ha inciso a Seattle nel gennaio 2005, accompagnato da Ted Poor, ventitreenne talento della batteria, dall’innovativo bassista Stomu Takeishi (già con Threadgill, Tronzo e Butch Morris) e da Bill Frisell, uno dei principali fautori del rinnovamento del jazz da un quarto di secolo a questa parte, qui colto ai massimi livelli d’ispirazione: solare e divertito nelle improvvisazioni come da parecchio non ci capitava di ascoltare. Con il perenne contrappunto/dialogo della tromba del leader, il colto sostegno dei ritmi frastagliati di Poor e la solida cavata di Takeishi – abituato con Threadgill alle complesse costruzioni a multistrato -, la chitarra di Bill impressiona nella lirica “Blur” e soprattutto in “Expressions Of A Neurotic Impulse”, che dopo un inizio frenetico e dissonante, sintonizzato con l’elettricità davisiana della prima ora (1969-1970), si trasforma in una devastante valanga di lava bollente capace di ricreare le emozioni dell’Hendrix visionario di Woodstock, quello impegnato a maltrattare polemicamente l’inno americano, rileggendolo da un’altra angolazione. Ma tutto il disco galleggia tra esplosioni lisergiche di stampo urbano e ricerca della pura poesia, tra momenti ruvidi e passaggi ellittici dagli effetti incantatori simili a quelli indotti dall’ascolto del raga indiano. È doveroso, poi, segnalare il tema sinuoso e zigzagante della nervosa ed elettrica “Brittle, Like Twigs”, ove fa nuovamente capolino il fantasma di Miles, un’influenza incancellabile per stessa ammissione di Vu. Travolgente e irresistibile, infine, l’improvvisazione del leader in “Patchwork”.

Circa un’ora di musica vibrante, utile a fotografare lo “stato delle ricerche” a cui è finora giunto il giovane trombettista, che con It’s Mostly Residual conferma una crescita “senza ritorno”, unita a una autorevolezza che lo guida in ogni occasione a circondarsi della crema dei musicisti di area avanguardista.

Naturalmente, e lo sottolineiamo senza l’intenzione di incappare nello sciovinismo più becero, siamo molto soddisfatti dell’accoppiata vincente Cuong Vu/Auand, il cui primo succoso frutto è un compact destinato a piazzarsi nei posti più alti nei Poll annuali promossi dalle riviste del settore. Ennesimo plauso all’etichetta pugliese per le sue coerenti, mirate e intelligenti scelte culturali/progettuali, segnate dalla capacità e dal coraggio di sganciarsi da finalità accomodanti e rassicuranti. Nei lavori marchiati Auand domina abitualmente l’affascinante (e rischiosa) incertezza del “nuovo”.