ITA JazzColours, Enzo Boddi (jun.2009)

Con umiltà e rigore Andrea Ayassot si è ritagliato un ruolo del tutto originale, se vogliamo di nicchia, nel panorama jazzistico nostrano. Lo testimoniano prima di tutto dodici anni e mezzo di militanza nel quartetto di Franco D’Andrea, dove il sassofonista piemontese ha avuto modo di esprimere in perfetta sintonia con il leader la sua concezione “democratica” del fare musica, libera da vincoli opprimenti e schemi canonici. Lo conferma su un
versante totalmente diverso dal punto di vista stilistico questo disco, registrato in Val Pellice in due giorni (26 e 27 maggio 2008) purtroppo funestati da alluvioni in varie zone del Piemonte. Il riferimento meteorologico non appaia gratuito: il disco — splendidamente missato dal chitarrista Karsten Lipp — include nella sua dimensione acustica anche suoni naturali (come la pioggia ed il cinguettio degli uccelli) avvertibili in sottofondo in alcuni passaggi. Quello che maggiormente colpisce delle composizioni, tutte firmate da Ayassot, è l’assenza di riferimenti riconoscibili, con l’eccezione del brano conclusivo, basato sui moduli ciclici del raga. Certo la conoscenza di culture musicali “altre”, in primisquella indiana, ha aiutato Ayassot a procedere ad applicazioni non scontate del concetto di improvvisazione, con spiccato senso del collettivo e grande misura. La dialettica tra De Micco
e Spena contribuisce a sviluppare brillanti trame poliritmiche e combinazioni timbriche. Al tempo stesso, il ponte tra l’impianto armonico e la ritmica è garantito con fini tessiture da Lipp (impegnato allo strumento acustico, tranne che nel primo brano) e da Risso. Emerge in alcuni punti (Erba, Barbasso) un evidente amore per la melodia, di cui il soprano ricurvo di Ayassot rappresenta il veicolo principale. Veramente particolare risulta l’impiego
di questo strumento, distante anni luce da celebri modelli (un nome per tutti: Jan Garbarek). Vi si coglie l’impulso a ricercare una consonanza con la voce umana, con increspature — date dal soffiato — affini ad un contralto e quell’economia nel dosare le frasi che era tipica di Steve Lacy.