Scorrono le tracce di Hope nel lettore e scorrono emozioni e intenzioni diverse. La chiave è tutta nel fatto che, come a chiudere due ipotetiche parti del lavoro – se si fosse trattato di un vecchio trentatre giri, alla fine dei due lati del vinile – si trovano due brani di estrazione totalmente differente dal resto del progetto.
Mi spiego: la maggior parte del disco è condotta dal Bizart Trio, formazione costituita dal tenore di Francesco Bearzatti, dall’organo Hammond di Emmanuel Bex e dalla batteria di Aldo Romano, con la presenza di Enrico Rava in cinque tracce. Le atmosfere degli otto brani sono morbide, sia per i suoni che per le composizioni, liriche e malinconiche in alcuni casi, più calorose e urgenti in altri. Rava, come chiosa Bearzatti nei ringraziamenti, e il Bizart Trio suonano le “note necessarie” e la musica scorre con fluido appassionamento.
Ma, tutt’a un tratto, un repentino cambio: una chitarra elettrica esordisce in End of this love con una linea che richiama le atmosfere di Kashmir dei Led Zeppelin, entra una ritmica rock, il sassofono stesso cambia il suo approccio sonoro in un urlo disperato.
Nella seconda parte, che si apre con Assenza, brano che vede all’opera Aldo Romano, alla chitarra, e la tromba di Enrico Rava, si ritorna nuovamente alle sonorità del Bizart Trio: la melodia torna ad essere protagonista nella sognante e malinconica Il camino, o nell’incalzante Body-trap. Le atmosfere deviano nella libertà di Kids, che nell’assenza del supporto del contrabbasso e del pianoforte, diventa un lungo assolo parallelo di Aldo Romano, Enrico Rava e Francesco Bearzatti.
E si arriva all’ultimo brano, Hope, che si apre con una lunga introduzione di sassofono, doppiato dagli echi prima, dalla voce poi, e si evolve in una serrata ritmica drum’n'bass, sulla quale si sviluppa l’assolo del tenore: forse più graduale il passaggio rispetto al precedente cambio, ma altrettanto lontano dalle suggestioni degli altri brani.
Questo il racconto della trama di Hope e non vuole essere, nel modo più assoluto, un discorso di chiusura nei confronti di altre possibilità espressive, di possibilità che uniscano sonorità e provenienze musicali differenti, anzi… La sorpresa viene dall’accostamento, all’interno dello stesso progetto, nei solchi dello stesso lavoro, di questi brani, la sorpresa viene dalla necessità di contrapporre e verificare la direzione delle proprie visioni musicali a distanza di cinque secondi l’una dall’altra. Probabilmente si corre il rischio di non apprezzare al meglio le tre anime della musica di Bearzatti in questo evidente, e ricercato, contrasto tra loro; o, più probabilmente, è proprio nel contrasto che il sassofonista ha inteso far passare le linee della propria produzione. Peraltro, nei brani in questione, come riportato nell’elenco soprastante, suonano altri musicisti, Enrico Terragnoli, alla chitarra, Oscar Marchioni, all’Hammond e Paolo Mappa alla batteria e, questo lo aggiungo io, due sole tracce sono forse troppo poche per poter dare una chiara visione delle intenzioni di Bearzatti nelle altre direzioni.
Il Bizart Trio si muove sulla base consolidata di sonorità e interazioni che proviene dal precedente disco, Virus, sulla base dei concerti che il trio ha tenuto nel corso degli ultimi anni, con il confluire di personalità e strumenti che ben si miscelano tra loro e danno spazio e consistenza a una costruzione che approfitta della morbidezza del suono e dai fraseggi leggeri della batteria di Aldo Romano, delle note lunghe dell’organo, della predisposizione melodica e lievemente malinconica di Rava e Bearzatti, che permette all’ospite di inserire le sue frasi e il suo stile in modo naturale e appropriato, in sintonia sia con le composizioni che con i suoni.
La possibilità di poter contare su una formazione già costituita e ben caratterizzata permette a Bearzatti di proporre composizioni di vario taglio e costruzione: dalla ballata romantica, Caorle e Soap bubble, alle escursioni orientaleggianti, From Halab to Damascus, dalla libertà di Kids all’innesto delle composizioni di Emmanuel Bex (Body-trap) e di Aldo Romano (Assenza e Il camino). Hope diventa in modo naturale la casa e il luogo di appartenenza di una musica con connotati ben precisi: lirismo, attenzione alla melodia e capacità di sfruttarne le angolazioni con l’interpretazione, con la scrittura di brani che si appoggiano sulle predispozioni melodiche dei solisti.
