ITA Jazzer.it, Francesco Soliani (may.2002)

Un disco particolare questa prova d’esordio solista del giovane trombonista Gianluca Petrella. Particolare per molti aspetti a partire dalla confezione cartonata e dalla bella copertina, essenziale e ben curata. Particolare per il tipo di formazione che vi suona: effettivamente non è usuale come quartetto quello composto da trombone / sax baritono / contrabbasso e batteria. Particolare per l’atmosfera che si respira ascoltando le tracce dove è evidente il compenetrarsi di due aspetti: un preciso richiamo al free-jazz storico e la voglia, probabilmente tutta mediterranea, di portare la sperimentazione ad un piano di fruibilità più ampio, che non sia fine a sá stesso come spesso accade.
Gianluca Petrella, ventiseienne di Bari, ha alle spalle numerose collaborazioni con diversi musicisti (per citarne alcuni: Enrico Rava, Roberto Gatto, Carla Bley…), è membro dell’Orchestre National de Jazz ed è stato insignito nel 2001 del “Django d’Or” come migliore musicista emergente. Questo è il primo disco a suo nome e dimostra come Gianluca riesca, pur suonando uno strumento che per le sue caratteristiche poco si presta alla funzione di leader, a dare una prova della sua bravura sia come compositore, ben coadiuvato da Rogers e Girotto, sia come strumentista e band-leader.
Il quartetto, infatti, si presenta compatto, solido e davvero lucido nell’esplorazione e sviluppo della ricerca e nelle improvvisazioni che la maggior parte delle volte nascono da semplici bozzetti melodici o ritmici. Comunque, pur in questa unità, emergono in modo evidente le singole caratteristiche dei musicisti; per prima la versatilità tecnica e ritmica di Petrella nel dimostrare le potenzialità del suo strumento e la sua sensibilità nel proporre fraseggi ed armonie. E’ in primo piano anche Girotto per la sua capacità nel seguire il leader negli unisoni, di fornirgli dei perfetti controcanto e di trovare degli assolo partendo quasi dal nulla. Ai due fiati fa eco la parte ritmica, anche se forse non è corretto definirla in tale modo visto la costante libertà con cui operano Rogers e Sotgiu: il contrabbassista è dotato di un suono pieno e preciso che resta tale anche nei tempi veloci, tanto che a tratti ricorda, senza peccare in esagerazione, quello di Charles Mingus, mentre il batterista è in evidenza per la sua spiccata capacità poliritmica con la quale conduce e sottolinea i pezzi.
Non mi trattengo nel parlare dei singoli brani in quanto la loro atmosfera è davvero compatta, ma credo ne vadano segnalati almeno alcuni nei quali emergono in maniera più spiccata le individualità dei singoli: l’introduttiva “Broken head” con lo scoppiettare del trombone, “Femtosecond” con un Girotto lirico su di un accompagnamento ondulatorio, “Crunch” con una scintillante introduzione dei fiati, un lavoro davvero vigoroso di Rogers e un assolo fulminante del sax baritono: una cascata di note basse sui virtuosismi di Sotgiu. Seguono “Reflex” dove è Petrella a dominare con il suo suono pastoso sopra la scansione ritmica costante di Rogers, la melodica “Double fin” e “Ra” dove il trombone svolge una melodia lenta e sinuosa che si conclude in un’opera quasi rumoristica. Chiude il CD, “Araucanos” dall’atmosfera peruviana, dimostrazione che anche la musica andina (“musica sempre uguale” diceva qualcuno) può diventare un veicolo per l’improvvisazione.
Musica certo non facile quella di “X – Ray”, tale da richiedere un ascolto attento, ma per la bellezza e originalità dei pezzi e per l’evidente bravura degli interpreti sono sicuro che l’ascoltatore saprà trovarvi quella magia capace di renderla grande.