In una bellissima striscia dei Peanuts (come se le altre non lo fossero…), Lucy è, come al solito, appoggiata voluttuosamente al pianoforte giocattolo di Schroeder. Il biondo musicista, frantumato dall’insistenza della piccola peste, le dice che non la sposerebbe a meno che (unless) non fosse l’unica donna sulla faccia della terra. Lucy si rianima all’improvviso e gli chiede se ha detto “a meno che” o “neanche se”. Schroeder, correttissimo, è costretto a riconoscere di aver detto “a meno che”. La striscia si chiude con Lucy che grida “HOPE!”, un urlo che ribalta il piccolo pianista, fermo nell’aria a testa in giù.
Speranza e capriole. Sembra questo il binomio al quale Francesco Bearzatti si è ispirato per confezionare il suo nuovo lavoro. Certo, non è mai facile tornare in studio dopo un disco che ha mietuto consensi trasversali e riconoscimenti importanti. Di norma, si dovrebbe avvertire una certa inquietudine, l’assillante sensazione di non poter sbagliare, e si tende a diventare più cauti, più accorti, a chiedersi “e se non piace?”. La circospezione, insomma. Questo, almeno, per un musicista normale. Ma Bearzatti non lo è. Proprio no. E, invece di farsi cauto e accorto, il sassofonista friulano lascia libertà di sfogo alle sue molteplici nature musicali, alla sua prorompente ironia, al rockettaro che è in lui (e che, come un piccolo Schroeder, sta tutto il giorno accartocciato sulla sua Strato in miniatura). Facendosi beffe dei luoghi comuni, come quello, ad esempio, che squadra che vince non si cambia (andatelo a dire all’allenatore dell’Inter, va) il Bearzatti sceglie pure di alterare il magico interplay timbrico del trio aggiungendo non tanto una voce supplementare neutra, ma proprio la tromba di Enrico Rava. Mossa della quale bisogna calcolare rischi e benefici, converrete. Il rischio principale è che Rava tende a “ravizzare” tutto quello che tocca; il beneficio è che, quando è in forma smagliante, Rava illumina, come un faro sul promontorio.
E allora? Allora il risultato è un disco frattale, squilibrato ed eventuale. Che non sempre convince, ma del quale va premiata l’apertura di compasso, il divertimento, il coraggio e la follia. Bearzatti ha trasformato il suo trio in un gruppo di avanzi di balera: tanghi, valzer, bosse nove, lenti (non ballad, mi raccomando). Irresistibili, naturalmente. Lo sono un po’ meno il brano curiosamente rockettaro a metà disco (End Of This Love: ma come, proprio ora che Lucy intravede una piccolissima speranza?), e certi eccessi mal governati. Epperò, le delizie sono tante, disseminate in una pista da ballo immaginaria, come Assenza, una sorta di lipogramma (l’assenza di cui al titolo, probabilmente, allude a quella del titolare, che nell’occasione non suona e lascia campo libero a Rava e a Romano accartocciato a sua volta all’inseparabile chitarra acustica), o Il camino, ancora un tema del batterista, che Bearzatti e Bex trasformano in un incantevole passo a due. (Lo stesso brano figura nel cd di Nicky Nicolai, col titolo di È la vita: strano).
E non manca un brano di robusto jazz ná uno timidamente ornettiano, e il finale pirotecnico con loops e batteria elettronica (la bella title-track). Insomma, leggermente frastornati, senza aver apprezzato tutto, ci si è divertiti come non capitava da tempo, e si esce dal locale al suono di un valzer zoppo, chiedendosi chi abbia bevuto di più, ballerini o musicisti, e ùn-due-tre, ùn-due, ùn-due-tre, ùn-due
