Una formazione decisamente interessante il Domino Quartet, come testimonia questo Radio 3 Sessions.
Nonostante sia al suo esordio, ha il merito di presentare una scelta stilistica chiara, senza pretese ecumeniche, che è già in grado di affermare con una certa personalità. Cerca – con successo, a nostro parere – di proporre un jazz dal respiro internazionale e si pone, infatti, nell’orizzonte delle avanguardie attualmente più influenti. Ci riferiamo in particolare all’avanguardia newyorchese, quella che ha i suoi esponenti di spicco in Matthew Shipp e William Parker, e soprattutto di quest’ultimo in Radio 3 Sessions risuonano gli echi. Certo – potrebbe sostenere qualcuno scorrendo i nomi che compongono il Domino Quartet – il batterista è lo stesso dell’attuale quartetto di Parker, Hamid Drake. Indubbio – è evidente -, ma si tratterebbe di un’affinità soltanto di superficie, mentre ci sembra d’individuare sintonie più evidenti a livello di stile jazzistico. Anzi, la batteria di Drake sembra molto più controllata del solito, eccezion fatta per Zulu Wedding, dove tesse un fitto tappeto percussivo, quasi tribale, sotto il flauto di Bergin.
Di William Parker, piuttosto, si riconosce la matrice fortemente afro-americana, che non si limita esclusivamente alla serrata e intensa sezione ritmica, ma caratterizza l’umore che contagia ogni brano: il Parker più mingusiano, insomma. E allora la presenza di Mingus in Radio 3 Sessions non si riduce soltanto all’ultima traccia, Peggy’s Blue Skylight, ma sembra un riferimento e una fonte d’ispirazione costante. Ne è più che un esempio la struttura con le radicali variazioni di ritmo di Navigation # 14, in apertura di Radio 3 Sessions, che con l’omaggio mingusiano in chiusura sembra far da cornice all’intero lavoro. In mezzo, oltre a una spiccata ricerca dell’improvvisazione free, – già lo accennavamo – è l’espressione di una viscerale umoralità a colpire. Mentre la sezione ritmica tiene la “decenza” del brano, i fiati si lasciano andare senza inibizioni agli umori del momento: quasi a far “pesare” una certa maturità, il sax di Bergin tende a dettare il tema, ma contrappuntato e provocato dal trombone irridente di Petrella, a tratti al limite del dispetto e del capriccio, risponde a volte livido di rabbia e a volte indulgentemente complice. Un gioco tra fiati questo che nella seconda parte di Out of Sadness e in Stole Away ha la sua migliore espressione. Stole Away in particolare è una danza solare e ariosa, che restituisce il piacere del gioco e ti strappa un sorriso anche controvoglia.
