Ma che avranno da dire ancora su Monk? Un’altra operazione che sfrutta il nome di Monk, le sue statuarie composizioni. Queste, e altre, sono state le mie prime considerazioni appena ho ricevuto il disco. L’ho inserito quindi con uno scetticismo abbastanza elevato e le prime note mi hanno creato addirittura “imbarazzo” da ascoltatore… Si ascoltano suoni distorti, basso tuba che sembra vada per i fatti suoi, batteria che cerca disperatamente degli spazi per inserirsi senza quindi porsi un obiettivo ritmico ben preciso. Come lampi, quasi ad illuminare il cammino in modo da aiutare nel ritrovare … “la retta via”, ci sono frammenti di melodie di Monk, riconoscibili sempre, ovunque, comunque.
Allora l’ho riascoltato un’altra volta, un’altra volta ancora ed ecco che ho cominciato a sentirmi più a mio agio, quei lampi sono stati sempre meno necessari. Ho pensato alle composizioni di Monk come ad un modellino di veliero composto da mille particolari che Paolo Sorge ha avuto il coraggio di smontare, sicuro poi di poterlo ricomporre. Sorge conosce bene, anzi benissimo, questo veliero e nel smontarlo ha provato sicuramente una grande emozione perchè ha così scoperto mille segreti, nascosti ai più, ma che rendevano il risultato finale bello, statuario. Chiede allora aiuto a Michel Godard e Francesco Cusa per il rimontaggio. Godard, con il basso tuba, sembra fare un po’ il “saputone” nel dire come andrebbe rimontato il tutto e Cusa, alla batteria, sembra essere l’addetto alla catalogazione dei pezzi, creando però ancora maggiore confusione. Sorge, dal canto suo, rimasto affascinato da quanto ha scoperto, non resiste nel raccontare a cosa serve ogni frammento perdendo di vista l’obiettivo iniziale. Alla fine si ritrovano con qualcosa che non assomiglia affatto al veliero originario ma che ne contiene molte parti, riconoscibili a prima vista, e la sapienza è stata quella di aver salvato alcune delle parti fondamentali.
Non dimentichiamoci che Monk aveva il piano che a volte sembrava scordato, suonava con una tecnica che i puristi aborrono, scovava dissonanze che un orecchio poco allenato avrebbe rifiutato categoricamente, attendeva l’ultimo istante ritmico possibile per prendere note che ci si aspettava in altri momenti mettendo in difficoltà il “piedino” che porta il quattro eppure, tutto questo, oggi, lo paragoniamo a qualcosa di perfetto, statuario, incantevole. Paolo Sorge ha messo in piedi un progetto di totale decostruzione dell’opera Monkiana salvaguardando tutti gli aspetti appena menzionati tanto che alla fine posso affermare che Sorge stesso, su questo CD, suona a-la-Monk molto più di ciò che sembri, usa la chitarra come Monk usava il piano. E i suoi compagni sono lì a creare colori, commenti e non a determinare il sound di Monk. Godard contrappunta continuamente, o accenna le melodie, ma lo fa con assoluta libertà senza doversi necessariamente porre in attesa del momento del suo solo, così come Francesco Cusa abbandona ogni schema ritmico per concedersi delle figurazioni sovrapposte al ritmo di base stesso, perfettamente percepibile perchè è comunque sempre rimarcato a turno da tutti, magari con qualcosa di essenziale, ma c’è.
E così i brani scorrono uno dopo l’altro, senza pausa, e ognuno lascia per strada qualcosa, un ricordo, un’emozione, un tentativo di innovazione, a tratti coraggiosa ma forte del background dei musicisti.
Allora non posso che concludere dicendo: Monk! Per sempre Monk!
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