Nell’animo di ogni musicista che abbia scelto di percorrere le vie della ricerca c’è entusiasmo e, soprattutto, una volontà di meticolosa indagine su quanto sia stato oggetto di ricerca da parte delle avanguardie.
In ogni caso, anche non volendo privilegiare la disamina tecnica, non è possibile non riflettere sull’estetica e sul “piacere dell’ascolto” che può provenire o meno da un album coraggioso, innovativo nella progettazione, come “The Age of Numbers” dell’esperto sassofonista Emanuele Cisi.
Delineati con cura i perimetri stilistici, vengono proposte angolature armoniche senz’altro interessanti e di grande spessore tecnico, frutto di un virtuosismo inquieto e di un’intenzione minimalista nel parametro discorsivo.
Agili nelle movenze cromatiche, i 12 brani sembrano mostrare nella centralità esecutiva straniante il fulcro della propria sintassi, scelte attente, vivaci, intelligenti. I riferimenti che paiono immediati sono quelli del jazz nordico, della “contemporanea”, di un “non mainstream” esplorato in maniera personale, a ben considerare quanto lo stesso Cisi afferma: “ogni espressione della realtà e del pensiero è emanazione dell’infinità dei numeri e della loro meravigliosa e spaventosamente assoluta perfezione.”
A fronte di un pensiero tanto rigoroso (scientifico? Forse un riferimento alla concezione della musica di Pitagora? O forse a quella di Bach?) sembrerebbe però prender forma la via della libera improvvisazione tra climi rarefatti, eterei, distinti da un pathos quasi incontrollato, forse da un codice esoterico (numerologico, si faccia attenzione al titolo dell’opera e a quello della prima e dell’ultima track) che dovrebbe condurre ad una percezione artistica alternativa, “altra” e differente, o quantomeno non convenzionale.
Tanto, a parere di chi scrive, lascia qualche dubbio, peraltro non sempre confortato da un coinvolgimento nell’ascolto che tarda a realizzarsi. Inoltre, quanto espresso dal free jazz non sembra ignorato da Cisi, così come gli esiti compositivi degli ultimi autori cosiddetti “classici”.
Se argomentare su tesi similari non può che dare nuovo impulso all’evoluzione della musica, è pur vero che si corre il rischio di reiterare un sound déjà ècoutè che finirebbe per incrinare le radici di una filosofia della concretezza nell’incedere di un “nuovo” dalla fisionomia destrutturata e “libera” che, se grazie a Cisi molto fa pensare, per la verità un po’ meno emoziona.
