Questo è un lavoro per gli amanti del sax, delle atmosfere rarefatte, delle situazioni buie, in cui questo strumento si esprime al meglio con i suoi squarci sonori; una band fortemente “ritmica”, due percussionisti, contrabbasso e chitarra con connotazioni decisamente cadenzate, ed il sax soprano di Andrea Ayassot a dirigere con piglio deciso.
Jazz acustico, con venature “sporche”, limpido nella resa armonica ma venato, qua e là, da sprazzi più grezzi, ruvidi: Gingiotto, ad esempio, è un brano che ben rappresenta questa intenzione, con la sua andatura caracollante, aritmica pur nella sua scansione quasi metronomica, un brano in cui gli strumenti, a turno, quasi “lanciano” proposte melodiche, o ritmiche, alle quali danno una risposta in un continuo scambio di ruoli; la chitarra collabora alla ritmica “spaiando” le percussioni, il contrabbasso tiene insieme il tutto pur intraprendendo strade proprie.
E’ quel famoso, e da molti agognato, interplay, la capacità di recitare su un canovaccio abbozzato ma non ancora definitivo o, azzardando un parallelismo pittorico, l’arte quasi impressionistica di “colpire” la tavolozza con getti di colore che solo alla fine dell’opera troveranno la loro coerenza.
Questo stesso approccio lo si trova in Barbasso, altro brano in cui melodia, percussività e tempi solo apparentemente incoerenti, in realtà regalano lampi di free jazz in cui l’improvvisazione diviene quasi una linea precisa.
Un lavoro che vive quasi interamente sui tempi dispari, sugli stacchi improvvisi, sulle inattese virate ritmiche, un continuo susseguirsi di pieni e vuoti, come in Stelle nell’acqua, ad esempio, che volutamente spiazza l’ascoltatore inducendolo nel contempo a riflettere profondamente su quanto ascoltato ed a ritornarvi per capire meglio. Insomma, quella non lieve differenza fra il “sentire” e l’”ascoltare”.
