ITA Musica Jazz, Claudio Sessa (jun.2006)

L’estetica downtown newyorkese (quella che George Lewis chiama Downtown II) ha ormai trent’anni di sperimentazione alle spalle e ha consolidato una propria classicità, di cui il nuovo disco di Vu può essere un chiaro esempio. Nei sei lunghi brani, che fin dai titoli alludono a immagini “marginali”, scisse, sfuocate, fragili, l’album costruisce eventi apparentemente contrastanti ma invece, in ultima istanza, molto coerenti: una sorta di colonna sonora dell’anima, in cui c’è spazio per la nevrosi come per la dolcezza, che anzi spesso convivono in un amalgamante alone acustico.
Benchá vada sottolineata la qualità della ritmica regolare di Vu, principali attori di questa mise-en-scène di grande resa espressiva sono il leader e Frisell; le loro invenzioni (sempre basate sulla convinta adesione a una malinconica eufonia tonale) s’intrecciano in uno spontaneo contrappunto che diventa, nel magma dei suoni, metafora di quei legami umani intrecciati alle vicissitudini della vita tanto avvincenti nei libri e nei film.
Perchá questo, in fondo, avviene in tanti documenti della recente “scuola bianca” di New York: la traduzione in musica dei modelli narrativi contemporanei, nei quali vicende, piani temporali, tecniche stilistiche si mescolano senza abbandonare la tradizionale ricerca della suspense e del climax. Si ascolti per esempio, in Chitter Chatter, l’epica risoluzione – a sei minuti dall’inizio del brano – della tensione accumulata; o l’indolente, implacabile sviluppo di Patchwork, forse il brano più riuscito.