“Non scappo dalla realtà e la realtà che scappa da me”, così Bruno Tommaso (di cui vi consiglio di leggere le note di copertina, belle davvero) cita in apertura di commento il celebre scrittore siciliano Gesualdo Bufalino. E citiamo anche noi la citazione, giacchá questo disco ne ha davvero tante. Da dove iniziare a sciorinare il gioco dei rimandi? Sicilia che attira uomini che arrivano da lontano, jazz che parla di jazz, letteratura che sottintende jazz, suoni che sconvolgono suoni, musicisti ispirati da altri musicisti? Il bello di questo disco sta proprio nel fatto che in questo apparente groviglio di suoni e d’incroci, trasmette un senso di libertà davvero unico.
Partiamo da Monk, non troppo segreto ispiratore dei dieci brani riletti da Trinkle Trio [ndr Ah! "Trinkle" non è un caso, andatevi a risentire l'omonimo pezzo monkiano, track 6]. Sorvolo in parte sul maestro, per ovvie ragioni, mentre vorrei soffermarmi sul percorso che Paolo Sorge (chitarra/elettronica), Michel Godard (tuba) e Francesco Cusa (batteria/percussioni) hanno tracciato dentro-attraverso la sua musica. Dal punto di vista strumentale, l’approccio del Trio è polifonico, singolarmente equilibrato nel presentare così diverse pratiche d’esecuzione. L’interplay è così felice che si fatica a credere che siano solo tre gli strumentisti (quante cose fanno due mani, una mente, un fiato ostinato…). Le sonorità gravi e cariche della tuba e delle percussioni compensano, infatti, le incursioni più acuminate della chitarra. L’amalgama si delinea corposo, mai greve, permeato da un’aria di pungente ironia. Dal punto di vista compositivo, forse più che di rilettura questa pare essere stata un’operazione di ri-composizione.
I dieci temi scelti, con prologo ed epilogo di Sorge, sono stati completamente trasfigurati, rinnovati sia nella loro essenza, che nella loro struttura. Il tema “aperto” permette di muoversi liberamente. Improvvisazione o composizione prestabilita, l’ossatura di Monk – durante l’esecuzione – non è mai una forma imitata, ma un linguaggio di cui appropriarsi arricchendone lessico e semantica. La sensazione finale è che il Trio abbia vinto la sfida di rimanere fedele all’ispirazione, eludendola solo laddove non era possibile farlo per vitali ragioni. Vitali? Di vita… Già, di vita perchá si direbbe che Monk sia stato sbucciato, scorticato, spolpato, lasciato esamine per poi essere rivitalizzato, nella sua essenza, in corso d’opera, per dare compattezza alla materia sonora di questo progetto.
Prima di chiudere, torno all’incrocio dei rimandi. In questo disco, assieme ad una certa aria di pungente ironia, spira anche una fresca brezza mediterranea. Sarà casuale, ma ne dà sicuramente una sorta di valore aggiunto che non vorrei trascurare. Le storie di questi tre improvvisatori sono diverse, senza stare a riprenderle (cercate di scoprirli!), ma la geografia che li ispira pare la stessa. Un solo punto d’unione, quella realtà (la Sicilia, l’isola, l’approdo) da cui si vorrebbe scappare, ma che a volte tuttavia si dilegua, essa per prima, svanendo nel nulla. Il profilo di Monk in Sicilia lascia un segno spettrale…
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