Il 2001 è stato un anno che Gianluca Petrella, classe 1975, non dimenticherà facilmente: l’uscita di X-Ray, album d’esordio come leader, ed il suo impegno con i più svariati gruppi (il quintetto di Enrico Rava, quello di Roberto Gatto, l’ONJ), gli sono valsi alcuni importanti riconoscimenti della critica come il Django d’Or e la vittoria nella categoria “miglior nuovo talento italiano” del referendum indetto da Musica Jazz, nonchá il rispetto dei colleghi e la simpatia del pubblico italiano. Cosa non da poco se teniamo conto dello strumento che il Nostro suona! Il più delle volte il trombone viene relegato nel fondo, confuso tra i fiati delle orchestre; maggior fortuna trova nei combo di dimensioni ridotte ma gli specialisti di questo strumento non sono certo numerosi come quelli di tromba e sassofono. Questo discorso di carattere generale trova un’applicazione ancor più esatta in Italia dove, a parer mio, a parte l’eterno Giancarlo Schiaffini non esiste una grande tradizione di trombonisti. Per fortuna che c’è Petrella!
Il bravo Gianluca ci propone una vera e propria ‘radiografia’ del suo strumento, ne scopre le diverse anime: da quella più tradizionale, imparentata col blues e con la musica delle brass-band di New Orleans, alla musica etnica sudamericana, al free storico (quello di Rudd e Rutheford). E’ quindi logica la scelta di coinvolgere in questo progetto musicisti provenienti da esperienze affatto diverse ma con il comune denominatore della ricerca di un vocabolario unico in cui forme musicali differenti possano confrontarsi: da anni Javier Girotto si dedica con i suoi Aires Tango alla fusione di tango e jazz; Paul Rogers è salito alla ribalta per aver suonato con maestri dell’avanguardia inglese come Keith Tippet e Tony Levin, mentre Francesco Sotgiu è particolarmente attivo nella ricerca sulla musica popolare italiana.
Esplosioni improvvise d’energia (“Broken Head”, “Crunch” – da segnalare lo stop-chorus al calore bianco di Girotto -, “Grandes Amigos”), intercalate da momenti di placida calma contemplativa (“Femtosecond”), dominano la musica del giovane trombonista barese: con X-Ray sembrerebbe di assistere ad una street-parade per le strade di New Orleans vista la cadenza da marcia funebre imposta dai due fiati, se non fosse per il magma sonoro prodotto da Rogers e Sotgiu, svincolati ormai da ogni obbligo di sostegno ritmico; “G8″ è l’ironico titolo che Girotto ha dato ad un tango da “ballare” con Petrella mentre Reflex è un blues “mascherato” che esce allo scoperto solo dopo una “pigra” introduzione; “Ra” (con Rogers all’archetto) rammenta quasi gli ultimi episodi del quintetto di Dave Holland per terminare poi con esiti ‘rumoristici’ mentre la quena (flauto diffuso tra le popolazioni pan-andine) ed il grido strozzato del soprano chiudono il disco con “Araucanos”, omaggio di Girotto alla tribù di indios cileni che resistette coraggiosamente ai conquistadores spagnoli.
Petrella dirige le operazioni con occhio divertito, da consumato band-leader, e non indulge in inutili virtuosismi tecnici, pur avendone i mezzi; piuttosto ha il merito di convogliare le energie in movimento e le diverse personalità dei musicisti verso un’unica direzione e di ricondurre tanto i momenti di musica informale quanto quelli di jazz “latino” nei canoni di un’opera fluida ma omogenea.
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